|
Maurizio
Dami in arte Alexander Robotnick è
uno degli artisti italiani più
conosciuti in tutto il mondo. Si rietiene
che la sua “Problèmes
d'amour”, rilasciata nel lontano
1983, abbia spianato la strada della
tanto amata odiata italo-disco. La
sua attività creativa è
resistita fino ai nostri giorni dove
ha visto un suo ritorno all'electro,
infatti dischi come “Les grands
voyages de l'amour” stampato
su Hotbanana e la sua strepitosa compilation
“The disco-tech of... Alexander
Robotnick” sono considerati
pezzi forti di questo genere. Nel
2000, inoltre, da vita all'Hot elephant
sua etichetta personale, qui lo scorso
febbraio ha visto la luce “Under
construction” di Italcimenti,
progetto prodotto in collaborazione
con Ludus Pinsky.
Ciao Alex....partiamo
dal passato, tu sei uno di quegli
artisti che appartiene a più
di una generazione...ci vuoi raccontare
i tuoi esordi? Come è cominciato
tutto?
Come hai intuito la mia cultura
musicale viene dagli anni 60. Comunque
con la musica mi sono cimentato molto
tardi. E’ stato un po’
il modo di salvarmi dalla crisi della
fine dei ’70.
Una specie di rifugio che poi inaspettatamente
è diventato una professione.
Ho cominciato andando a scuola di
chitarra jazz e suonando in un quintetto
di “allievi”.
Nell’80 sono stato catturato
dalla New Wave, sia nei suoi aspetti
rock che in quelli elettronici.
All’inizio mi sono dedicato
ad un progetto di dance-cabaret chiamato
Avida, cantato in Italiano, fra il
demenziale e il futuristico.
Poi l’elettronica ha preso definitivamente
il sopravvento sulla chitarra ed è
nato Alexander Robotnick. Problèmes
d’amour fu il tentativo di un
brano disco commerciale, ma il risultato
fu diverso, divenne un cult che ha
resistito nel tempo.
Gli anni 80
sono stati sicuramente uno dei decenni
più belli per la musica....cosa
ti manca? Hai rimpianti?
Eh...alla mia mezza età
è molto difficile capire se
i rimpianti ci sono perchè
tutto è peggio o semplicemente
perchè sei più vecchio.
Quindi su cosa mi manca sono sempre
dubbioso. Forse mi manca il senso
di realtà delle cose. Ora mi
sembra tutto finto. Come se ciascuno
vivesse in un sogno, o meglio in un
sistema di pensiero presettato. Una
specie di pacchetto completo, chiavi
in mano. Diversi pacchetti, diversi
stli di vita, di musica ma sempre
pacchetti, niente di veramente reale.
Torniamo al
presente...in questo momento come
definisci il tuo stile?
Intendi come DJ? Quando me
lo chiedono rispondo che suono electro.
Magari aggiungo electro-disco, electro-techno,
italo-disco. Ho fatto ascoltare un
DJ-Set a un promoter fiorentino e
lui mi ha detto «Anche noi suoniamo
questi brani», ma alla mia precedente
domanda su cosa suonavano i suoi DJs
lui mi aveva risposto “house”.
Quindi non ci capisco più niente.
Come produttore il mio stile dipende
da ciò che faccio. Quando compongo
come Robotnick mi sento electro, e
basta.
Non molto tempo
fa su Hot Elephant è uscito
“Under construction”..ce
ne parli meglio? Come è nato
questo album?
E’ nato dal fatto che
in questi ultimi anni mi hanno ossessionato
coll’Italo-Disco. Nonostante
sia considerato un esponente di spicco
della Italo, in realtà io nei
primi ottanta ero sul versante New
Wave e la disco per me era Sandy Marton
e roba del genere. Poi, da qualche
anno ho scoperto tutta la italo-disco
underground prodotta un tanto al kilo
ma piena di perle e di spunti che
hanno ispirato tutta la generazione
electro di oggi.
Quindi Italcimenti è diciamo
una affettuosa presa di culo della
Italo.....
Hot Elephant
è la tua etichetta personale...ci
vuoi parlare delle prossime uscite?
Beh...prima o poi dovrò
uscire con un nuovo Robotnick. Sto
spaziando molto, ancora troppo ma
comunque non ho nessuna furia. Il
Djing mi prende molto. E’ un’attività
nuova per me, quindi ancora piuttosto
entusiasmante.
Sempre rimanendo
in tema come vedi la scena musicale
di oggi? Ci sono produttori che ti
incuriosiscono?
Incuriosire...non so. Ci sono
autori che mi piacciono molto, a cominciare
da Legowelt, Bangkok Impact, Alden
Tyrrel e poi i Francesi: Kiko, The
Hacker, David Carretta e tanti altri.
In generale la scena che preferisco
è quella Belga-Olandese
Tu hai collaborato
con artisti del calibro di The Hacker
e Kiko...che ne pensi di questa corrente
electro di scuola francese?
Mi piacciono assai. Anche se
vengono tutti dalla techno, a parte
Black Strobe. Mi piace molto la loro
aggressività, non fredda e
quest’aria sempre un po’
house delle loro produzioni. Quando
vanno un po’ troppo sul «francese»
mi piacciono meno. In Francia ci sono
quote di passaggi radio dedicate a
brani cantati in Francese. Quindi
un sacco di gruppetti punk elettronici
con vocette francesi che mi entrano
da un orecchio ed escono dall’altro.
Prima dei saluti
ancora una domanda...qual'è
il tuo rapporto con la tecnologia?
Preferisci produrre con i vecchi,
ma sempre solidi, strumenti hardware
o con le nuove applicazioni software?
Un misto. Indietro dal computer
non torno. Ho già dato, grazie.
Quindi principalmente uso (su PC)
Sound Forge, Acid, Ableton Live e
Cubase SX con molti plug-in. Gli analogici
sembrano comunque ancora indispensabili
per certe sonorità. La maggior
parte dei plug-in suonano ottimi finchè
li senti da soli, ma poi nel mix spariscono.
Tempo fa mi sono ricomprato un Korg
Mono-Poly. Bellissimo, come tornare
a casa.
Comunque qualche plug-in lo uso regolarmente,
come il bass-line di Audiorealism,
o il Pro5. Magari però avere
quello vero!
Grazie della
tua disponibilità...fai un
saluto ai lettori....ci tengono! :)
Tanti baci a a tutti i lettori.
E ricordate:
«We love the music, the music
we love!!»
Ciao mau
Fabrizio Gattuso
|