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ARPANET "Inertial Frame" (Record Makers)
Come preannunciato durante lo scorso luglio, Gerald Donald si ripresenta nella veste di Arpanet col terzo full-lenght, secondo per la francese Record Makers dopo "Wireless Internet" del 2002 seguito nel 2005 da "Quantum Transposition" rilevato dalla Rephlex di Aphex Twin. Scostandosi sensibilmente dall'electro germogliata in una moltitudine di progetti paralleli come Glass Domain, Heinrich Mueller, Dopplereffekt, Intellitronic e Japanese Telecom, Donald tende a ricostruire l'icona dei Kraftwerk ma modernizzandola e proiettando la loro immagine nei monitor di un avanguardistico studio d'incisione. L'intento di "Inertial Frame" è quello di ritrarre ed immortalare il mondo cibernetico governato da corpi e cervelli elettronici capaci di spodestare l'inutile presenza umana. Linkato all'electro purista e scevra di ogni tipo di nodosità commerciale, il disco è composto da una serie di elementi plastici aggregati e giustapposti per materia seguendo una regola programmaticamente casuale ed assai complessa. "Inertial Frame" è una sorta di definizione su cui Donald fa leva per spiegare l'anticonvenzionale ottenendo anche quegli effetti di liquidità che lo riportano alla conclusa avventura con James Stinson (R.I.P.) per il progetto Drexciya. Electro concettuale quindi frammentata intorno a suoni evocativi come quelli di "Universe Oscillation" e "Grossvater Paradoxon", tetre ma non oscure. Poi vira verso il ritmo cibernetico di pseudo zombie-robot in "Axis Of Rotation" e nell'electro austera di "Infinite Density" in cui riecheggiano i toni alla Japanese Telecom. Lo shuttle si dirige verso universi inesplorati con "Zero Volume" e "Twin Paradox" per poi incontrare i tipici toni subacquei importati dalla produzione drexciyana racchiusi in "Schwarzchild Radius". Donald poi immagina la cività peruviana di un tempo filtrandola attraverso gli strumenti moderni di "No Boundry Condition" e "Gravitational Lense" che dialogano poi con l'elettrica "Event Horizon" ed "Ergosphere". Con "Chandrasekhars" s'introduce la via seminale che trascina nei digitalismi di "Lorentz Contraction" con cui lo shuttle viene risucchiato dal black hole. Un album che paga il tributo agli scienziati del ventesimo secolo che, con le loro straordinarie scoperte, ci stanno facendo vivere un presente da fantascienza.

THUGFUCKER "Disco V/Knight Rider" (Thugfucker Recordings)
Secondo episodio per la giovane ed interessante Thugfucker Recordings, label nata da un'idea dei Thugfucker, la coppia formata da Holmar Filipsson (protagonista, assieme ad Olivier Spencer e Klas 'Sasse' Lindblad, nel progetto Mr. Negative) e Greg Oreck. Lanciati proprio attraverso la Moodmusic di Sasse nel 2004 ("Bodyshaker" può vantare ottimi risultati), i Thugfucker tornano per ricordare ancora i bei tempi della disco e dei primi giorni di vita dell'electro. Il concetto si esterna più che bene in "Disco V" ove tastiere analogiche (e si sente!) vengono amalgamate con dovizia all'afro tipica di quegli anni in cui Stan Karminsky la faceva da padrone. Nonostante l'accesa ripetitività la traccia segna ottimamente il recupero delle sonorità 'ottantose' che negli ultimi anni paiono rinascere sotto il segno di una nuova stella. Sul lato b i due incidono "Knight Rider" nata pensando alla famosa serie tv che in Italia prese il nome di Supercar. Già, proprio quella che vedeva come protagonista lo statuario David Hasselhoff (qualche anno più tardi divenuto Mitch Buchannon sulle spiagge di Baywatch) nella veste dell'investigatore Michael Knight, il fortunato possessore di K.I.T.T. la supermacchina dei sogni di ogni adolescente dell'epoca. In questo caso i synths tipicamente squadrati rotolano all'interno di un piano elettrico e di uno scenario tipicamente retro. Un disco polveroso ed un pò triste visto che tende essenzialmente a riportare a galla i ricordi dei tempi che non verranno più. 'Quant'è bella giovinezza che si fugge tuttavia ...' Lorenzo De Medici docet.

TRENTEMØLLER "The Last Resort" (Poker Flat Recordings)
Emerso velocemente e vistosamente come pochi, Anders Trentemøller viene additato oggi come il vero grande talento che la Danimarca ci ha consegnato negli ultimi anni. Trainato fortemente dalla scia funk-minimal-techno (già, perchè con l'house centra ben poco contrariamente a quello che in tanti continuano a dire) spinta in tutta l'Europa da hits come "Physical Fraction" e "Polar Shift", il giovane è oggi richiestissimo anche come remixer soprattutto dopo le ottime prove fornite con gli episodi di Yoshimoto, Röyksopp e Pet Shop Boys. Adesso è tempo del primo album, "The Last Resort", composto con un'idea che sorpassa il concetto di dancefloor e che si identifica meglio in quella del sognatore. Unicamente composto da tracce strumentali che assomigliano a vere colonne sonore da film, il disco spinge fuori dai suoi elementi melodie miniaturizzate e ritmi poco incisivi increspati da sonorità vicine all'ambient. Il danese mette mano a suoni gracchianti (e fin qui nessuna novità) miscelati abilmente col dub: a venirne fuori è un autentico caleidoscopio di colori e moods costituiti da strumenti insoliti per un disco Poker Flat come chitarra acustica, glockenspiel e scratches che lo fanno assomigliare il più possibile ad un lavoro di fine electronica intellettualista. Così il target s'allarga e Trentemøller s'innesta su glaciali costrutti che riportano la mente a progetti di labels come City Centre Offices e The Leaf. Lasciandosi aiutare da Henrik Vibskov (alla batteria), Mikael Simpson (al basso), Arnaud Donez (alla chitarra) e Thomas 'Dj T.O.M.' Bertelsen ai giradischi, il producer di Copenhagen incide pezzi dal fascino sottile come "Take Me Into Your Skin" (che a volte pare un Alek Stark più soffuso ed edulcorato), "Vamp" con la sua chitarra ossessiva, "Evil Dub" nel quale i ritmi bruciano insieme al microfunk e le eteree "Always Something Better", "While The Cold Winter Waiting", "Like Two Strangers", "The Very Last Resort", "Snow Flake", "Moan" e "Miss You". Da non tralasciare nemmeno la quiete notturna impressa in "Nightwalker" e le pizzicanti melodie di "Chameleon". Per coloro che riusciranno ad accaparrarsi la limited edition su cd sarà possibile viaggiare con le vocal versions di "Always Something Better" e "Moan" rispettivamente interpretate da Richard Davis ed Ane Trolle, entrambe vicine ad un moderno esempio di trip-hop. Sul bonus-disc si lascia spazio anche ad una sequela di tracce estrapolate dalla ricca e fortunata discografia come "Sunstroke", "Nam Nam", "Prana", "Killer Kat" e "Rykketid" in grado di trainare fuori dal selciato anche quelli che un tempo si autodefinivano 'house lovers' e che ora suonano tutto fuorchè la tanto blasonata house.

MY MY "Songs For The Gentle" (Playhouse)
A My My risponde un team di produttori legati dalla comune passione per la musica elettronica. Il trio, formato da Lee Jones (già protagonista per il progetto Hefner), Nicolas Höppner e dal giovanissimo Carsten Klemann, attira l'attenzione della Playhouse grazie ad uno stile piuttosto indefinibile andato a confluire in releases come "Klatta", "Serpentine" e "Swiss On Rye" nelle quali si ritrovano i classici suoni che oggi figurano in ogni produzione di matrice minimal. Situato in bilico tra techno ed house (entrambe di nuova concezione), "Songs For The Gentle" equivale ad una carrellata di tracce utilissime al giorno d'oggi, soprattutto per coloro che nutrono un debole per la produzione discografica tedesca degli ultimi due anni. L'afro e il noize si miscela in "Clean Break" lasciando poi spazio al dub piovoso di "When It Rains". La frecciata minimal giunge con "Eleventh Hour" edificata sulla classica cassa a punta e beats basici. Poi si parla di 'hop-house' per "Reverse Charge" e si vira verso il deep con "Blue Skies", "Pelourinho" e "Propain" dove la tipica plastic-house promossa ormai da anni da Ongaku trova la via per infilarsi nei piano-rhodes tipici della vecchia scuola. Simile il contenuto di "Half A Hole" e "Got It" mentre per "Secret Life Of Pants" si torna a pensare al mondo dell'hip-hop. Nella playlist figura anche un'inedita versione di "Serpentine" (che continua a mantenere intatta l'inconfondibile vena hypno) e la splendida "Swiss On Rye" in cui riecheggiano chitarre riconducibili ai Cure ("A Forest"). Mai invasivo e troppo macchinoso, "Songs For The Gentle" mette sul piatto i tipici costrutti della moderna dance elettronica made in Germany, soffusa e spigolosa nei suoni ed un pò retro nelle costruzioni ritmiche. Sarà nei negozi dal prossimo 23 ottobre.

COBBLESTONE JAZZ "India In Me" (Wagon Repair)
Ormai lanciatissima la Wagon Repair si può permettere di rilasciare anche due releases al mese dopo un inizio lievemente incerto (come del resto quello che contraddistingue ogni piccola label indipendente che approda all'instabile mercato discografico dei nostri tempi). Uscita #018 (già pronta da diversi mesi) che riporta sotto la luce degli spot continentali il terzetto formato dal programmatore Tiger Dhula, il tastierista Danuel Tate e il dj Mathew Jonson. Interscambiando i tasselli di una piuttosto anormale techno-house, la band lascia da parte la vena pop e traspone su vinile i connotati di un vero e proprio live-act. In "India In Me" si apprezzano influenze jazz, dub, breakbeat e minimal techno, tutte ben centrifugate ed unite da solidi punti di sutura. Ampiamente apprezzata in locali importanti sparsi per l'Europa (in primis il Panorama Bar di Berlino), la traccia è frutto di una esibizione live poi opportunamente rimasterizzata in studio. Ecco il perchè di quella spiccata presenza analogica che pervade la seconda parte della stesura, di quell'aria d'improvvisazione che solo un'esibizione in presa diretta può consegnarci senza alterazioni. Nessun pre-arrangiamento quindi in questo brano dal quale si eleva un corposo bassline sh101 suonato da Mathew, il vocoder di Danuel e i ritardi e le compressioni studiate da Tiger. Dopo la prima parte strutturalmente legata al minimal dub (e forse all'hypnotic-progressive di Emmanuel Top) è la volta di uno scrosciare di emozioni fuoriuscite da un suono acido (ricordate i vecchi Junk Project ?) abbinato ad un contesto trippin'-dub-techno. Entrambe le versioni presenti sul vinile sono ricavate dalla stessa materia (nutro una leggera preferenza per quella incisa sul lato a) e trasmettono scariche elettriche sia sul corpo che sulla mente di chi ascolta. Un viaggio mentale ben confezionato e che non vuole emulare passivamente la moda del momento.

DISCO TWINS "Twins Disco" (Ki/Oon)
Nato nel 2003 dalla sagace collaborazione tra Toshiyasu Kagami e Dj Tasaka, il progetto Disco Twins incarna la maniera con cui i giapponesi rileggono (a modo loro) la disco e la techno. Alle spalle una serie di fortunate apparizioni (ultima in ordine di tempo sulla più recente "Wire Compilation"), i Disco Twins si rimboccano le maniche e lavorano, in modo certosino, ad otto tracce in cui si ritrova la sfegatata passione per la disco (anche quella prodotta in Italia negli anni ottanta) e per la techno più nevrotica nella sua andatura. Si parte con una miscela piuttosto happy convogliata in "Juicy Jungle" presto graffiata dalla più modaiola "-2300" in cui la voce da rocker di Guitar Wolf fa da cornice ad un impasto electro-house dalle venature 90's. Poi l'estiva "Adabana" col featuring di Kaori (già featuring per Thomas Schumacher) e la più rudimentale "Thunder Storm" che assomiglia tanto a Christopher Just intagliato in materie vocali nipponiche. Il tracciato prosegue con "Kagami" scandito su movimenti rock in terzine e "Bite Me Dracula" (ancora interpretata da Kaori) in cui i due dj-producers giapponesi conficcano e squarciano l'anima del groove di Detroit in suoni retro alla Westbam (ricordate "Hold Me Back" ?). Ancor più nervosa la miscela di "Disco Twins' Inferno" featuring Rhymester che fa combaciare per magia techno e funk come già ci fece ascoltare Chester Beatty nel 2002 attraverso il suo album sulla berlinese Tresor. A tirare il sipario è "Sunset/Sunrise" (featuring Polaris/Ohana) in cui è possibile gettarsi a capofitto tra picked bass e le indimenticate sonorità anni settanta. Un disco singolare, curioso, ricco di inventiva e soprattutto di quella voglia di osare e sbriciolare i limiti che purtroppo molti producers europei di oggi non riescono a valicare.

MISS YETTI "Insights" -remixes Part 1- (Gold Und Liebe)
La bella Henrietta Schermall, ben nota nel mondo del clubbing come Miss Yetti, si è fatta strada grazie ad una serie di uscite discografiche che al loro interno hanno quasi sempre contenuto delle novità stilistiche. Gli esordi, registrati alla metà degli anni novanta sulla dimenticata Liquid Records, hanno man mano lasciato il passo alle releases edite sotto il segno della sua Gold Und Liebe, fondata pochi anni fa ed esplosa a livello continentale grazie al singolo "Hedonism & Digital Sex" edito nell'autunno del 2003. Di acqua sotto i ponti ne è passata dai tempi di "L'Attaque", "New Ways" e "La Pression Innovative" e la Miss Yetti di oggi è decisamente più agguerrita rispetto a quella di dieci anni fa. Con questa nuova apparizione affida le tracce del suo più recente album, "Insights", ai produttori che al momento stima di più. Ecco che spunta Andrè Kraml (reduce del grande successo ottenuto con "Safari" su Crosstown Rebels) e il remix di "Sideways" interpretato in chiave minimal fondamentalmente basato su complessi intrecci ritmici, quelli che oggi fanno ballare di più le dancefloors europee. Il crescendo di suoni e rumori è assicurato mentre il basso è confinato, dopo il terzo minuto, in un ambiente dal taglio industriale e dai flashes psicotici. Lo stesso pezzo è oggetto della rilettura di P.Toile, artista adottata dall'universo targato Trenton. L'intraprendente dj rippa le misteriose atmosfere dell'original per poi mischiarle ad un viaggio deep e sentimentale che esplode in bassi sempre più aperti e ruggenti. In fondo s'incontra "Lovely Loneliness" stravolta da Silversurfer, tra i più richiesti producers della nuova scuola tedesca. La sua è una visione ubicata tra deep techno ed experimental, ravvivata da uno studio non indifferente di timbriche, glitch e bassi perversi. E' il disco che traghetta la Gold Und Liebe nei flight-cases dei dj's più vicini al minimal cristallino, il filone che oggi in tanti rincorrono febbrilmente.